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Un prezzo sul carbonio
 

Per contrastare i cambiamenti climatici e per aumentare l’occupazione con una riduzione delle imposte che gravano sul lavoro

La crisi politica scoppiata in Francia a seguito dell'aumento della tassazione sui carburanti mostra con chiarezza che le due sfide più importanti da affrontare nell’Unione europea riguardano, da un lato, il controllo dei cambiamenti climatici attraverso la riduzione dei consumi di combustibili fossili e l’aumento dell’utilizzo di energie rinnovabili, avviando così la transizione ecologica dell’economia; d’altro lato, la riduzione dell’onere fiscale a carico di lavoratori e imprese con sgravi dei contributi sociali, in particolare  a favore dei lavoratori con bassi salari, contrastando la povertà e favorendo l’occupazione attraverso la riduzione del costo del lavoro. La soluzione possibile per far fronte a queste due sfide prevede l’imposizione di un prezzo sul carbonio (la carbon tax), che viene tuttavia compensato dalla riduzione del prelievo necessario per finanziare gli incentivi per le energie rinnovabili (con la carbon taxl’incentivo consiste già nel fatto che le energie tradizionali sono gravate dal prezzo sul carbonio, mentre le energie rinnovabili ne sono esenti). Inoltre, il gettito che viene ottenuto attraverso la carbon tax può essere utilizzato per ridurre il prelievo che grava sui salari più bassi e sull’utilizzo del fattore lavoro, sia per compensare gli effetti regressivi di un imposta sull’energia sui bilanci delle famiglie povere, sia per incentivare l’occupazione. La manovra può così consentire di ottenere un duplice dividendo: contrasto ai cambiamenti climatici e aumento dell’occupazione.

 

Fra le cause dei cambiamenti climatici, che già incidono in misura pesante sulle condizioni di vita di gran parte del mondo, un ruolo rilevante – confermato dagli scienziati di tutto il mondo riuniti nell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) – si deve attribuire alle emissioni di CO2nell’atmosfera, legate all’uso di combustibili fossili. Per ridurre queste emissioni inquinanti è necessario utilizzare lo strumento che sul mercato regola l’andamento dei consumi, ossia il prezzo di vendita di un bene. Si tratta, in questo caso, di aumentare il prezzo dei combustibili fossili in modo tale che se ne riduca il consumo e, conseguentemente, si riducano le emissioni di CO2.

 

Già nel 1992, in vista della Conferenza di Rio sullo sviluppo sostenibile il Presidente della Commissione europea Delors aveva fatto approvare la proposta di introdurre una carbon/energy taxpari a $10 al barile per frenare le emissioni di anidride carbonica, riciclando il gettito nell’economia attraverso una riduzione dei contributi sociali. La Direttiva non è poi stata approvata dal Consiglio e nell’Unione europea è stato successivamente adottato l’Emission Trading System (ETS), che impone a circa 11.000 imprese ad alta intensità di consumi energetici (produzione di energia elettrica, acciaio, alluminio, carta, vetro ceramica etc.) di acquistare permessi di inquinamento corrispondenti a un volume via via ridotto di emissioni consentite. Il prezzo attuale di questi permessi è si aggira oggi intorno a €20 per t CO2 e le emissioni così sottoposte a un vincolo corrispondono a circa il 45% del totale.

 

Il 55% delle emissioni inquinanti non rientrano quindi nel sistema e non pagano un prezzo per coprire i danni causati all’ambiente. È quindi indispensabile - nell’ambito dell’Unione europea – fissare un prezzo anche per questi settori esclusi dall’ETS, che includono i trasporti, le SME, il settore domestico e l’agricoltura. Il metodo più semplice è quello di stabilire un prezzo addizionale per l’uso di combustibili fossili che generano le emissioni di anidride carbonica, imponendo una carbon taxcommisurata alla quantità di carbonio contenuta in ciascun combustibile (le emissioni essendo proporzionali alla quantità di carbonio). In questo modo tutte le emissioni, nei settori ETS e negli altri settori, sarebbero gravate da un prezzo per l’uso di fonti di energia che contengono carbonio.

 

L’obiettivo di questa politica è di far fronte agli impegni assunti a Parigi con l’accordo sul clima approvato il 12 dicembre 2015. Ma una decisione unilaterale assunta nell’ambito dell’Unione europea di imporre un prezzo sull’uso di combustibili fossili richiede che lo stesso prezzo venga fatto pagare anche sui beni prodotti utilizzando combustibili fossili nei paesi esterni all’Unione, che non impongano misure analoghe sulla produzione nazionale. E lo strumento da utilizzare è l’imposizione di un diritto compensativo alla frontiera, di ammontare pari al prezzo che grava sui combustibili fossili utilizzati nel mercato europeo. Questa misura presenta unduplice vantaggio: da un lato, garantisce che non venga penalizzata la competitività delle produzioni europee e, al contempo, stimola gli altri paesi ad adottare misure simili, dato che la mancata imposizione di un prezzo sulle fonti che contengono il carbonio non produce vantaggi competitivi, dovendo pagare il diritto compensativo alla frontiera dell’Unione europea.

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Un prezzo sul carbonio per combattere il cambiamento climatico e per ridurre la tassazione dei redditi più bassi 

Per ridurre il riscaldamento globale e raggiungere un aumento massimo della temperatura di 1,5°C, chiediamo alla Commissione europea di proporre una legislazione a livello europeo per rafforzare e integrare le norme climatiche ed energetiche così da disincentivare il consumo di combustibili fossili e incentivare il risparmio energetico e il ricorso a fonti rinnovabili. In particolare, la proposta introduce un prezzo minimo sulle emissioni di CO2, a partire da 40€ per tonnellata di CO2 a partire dal 2020, per arrivare a 100€ entro il 2030. Allo stesso tempo, essa deve abolire l'attuale sistema di indennità gratuite per gli inquinatori dell'UE e introdurre un meccanismo di adeguamento alle frontiere per le importazioni da paesi terzi, in modo da compensare i prezzi più bassi sulle emissioni di CO2 nel paese esportatore. Le maggiori entrate derivanti dal prezzo del carbonio saranno destinate alle politiche europee per il risparmio energetico e per l’uso di fonti rinnovabili e permetteranno di ridurre la tassazione dei redditi più bassi.

 

CHI SIAMO

Monica Frassoni, Marco Cappato, Alberto Majocchi, Federico Pizzarotti, Andrea Venzon, Elena Grandi e Matteo Badiali  lanciano una campagna per la conversione ecologica e sociale della fiscalità in Europa  
 

Marco Cappato

Monica Frassoni

Alberto Majocchi

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Co-presidente dei Verdi Europei 

Economista, professore di Scienze delle Finanze all'Università di Pavia

Radicale, esponente di +EUROPA e  tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni

Andrea Venzon 

Elena Grandi 

Federico Pizzarotti 

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Sindaco di Parma, fondatore e presidente di Italia in Comune​

Fondatore e presidente di Volt Europa 

Co-portavoce dei Verdi 

Matteo Badiali

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Co-portavoce dei Verdi 

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